Meditazione per adulti Quaresima 2025

Durante l’ultimo percorso assemblear,e in molte assemblee del nostro territorio, è emerso il desiderio di avere momenti di spiritualità …. a km zero per facilitare la partecipazione.
Così è nata la proposta del pomeriggio di spiritualità di Quaresima che si è tenuto lo scorso sabato 22 marzo ad Albiate guidati da don Norberto Valli a cui abbiamo chiesto di aiutarci a riflettere sul tema della speranza anche per meglio comprendere e vivere questo anno giubilare.

A grande richiesta riportiamo qui il testo della meditazione ringraziando ancora una volta l’autore per la sua collaborazione 

  1. Una provocazione inziale

La Porta Santa è aperta: non dobbiamo neppure bussare, ma solo permettere a Dio di entrare nelle nostre vite – diceva il nostro arcivescovo a Roma.

Attraversare una soglia è sempre un atto di responsabilità. Passare per la Porta Santa significa “confessare che Gesù Cristo è il Signore, rinvigorendo la fede in lui per vivere la vita nuova che Egli ci ha donato”, sempre secondo l’insegnamento di san Giovanni Paolo II; “è una decisione che suppone la libertà di scegliere e insieme il coraggio di lasciare qualcosa sapendo che si acquista la vita divina (cfr. Mt 13, 44-46)”. In tal senso, possono essere utilmente recuperate le note che R. Guardini, nella raccolta dal titolo I santi segni, riserva al portale di una chiesa, essendo a maggior ragione riferibili a quel portale del tutto speciale rappresentato dalla Porta Santa: “Attraverso il portale entriamo in un interno, separato dal mercato, calmo e sacro: nel santuario. Certo, tutto è opera e dono di Dio. Dovunque egli può muoverci incontro. Ogni cosa la dobbiamo ricevere dalle mani di Dio e santificarla con un sentimento di pietà. Pur tuttavia gli uomini fin dall’inizio hanno saputo che luoghi determinati sono in modo particolare consacrati, riserbati a Dio []. Non dovremmo varcare così frettolosamente, quasi di corsa, il portale! In raccolta lentezza dovremmo superarlo e aprire il nostro cuore perché avverta quello che il portale gli dice. Dovremmo, anzi, prima sostare un poco in raccoglimento perché il nostro avanzare sia un avanzare della purezza e del raccoglimento []. E il portale [] dice: «Deponi ciò che è meschino. Liberati da quanto è gretto e angustiante. Scrolla quanto t’opprime. Dilata il petto, Alza gli occhi. Libera l’anima! Tempio di Dio è questo, e una similitudine di te stesso. Poiché tempio del Dio vivente sei proprio tu, il tuo corpo e la tua anima. Rendilo ampio, rendilo limpido ed elevato» []. A che ti giova che i portali alti s’incurvino e i pesanti battenti si schiudano, se in te non s’apre alcuna porta e il Re della gloria non può entrare?” (R. Guardini, Lo spirito della liturgia. I santi segni, Morcelliana, Brescia 82000, 147-149). Il passaggio attraverso la Porta Santa assume dunque un grande significato spirituale, oltre ogni formalismo e ogni debito alla tradizione.

Come vivere allora il Giubileo in autenticità?

Rinnovando la speranza che è in noi

e diventando noi per primi un segno di speranza che non delude, porte aperte che lasciano entrare altri con le loro vicende, i loro bisogni, i loro difetti, persino le loro asprezze.

 

  1. Spes non confundit: rinnovare la speranza che è in noi

Lettera ai Romani 5

1Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. 2Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. 3E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, 4la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. 5La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. 6Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. 7Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. 8Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Spes non confundit”. Il titolo della Bolla di indizione del Giubileo Ordinario del 2025 aveva, evidentemente, una funzione programmatica. L’anno santo intende essere annuncio di speranza per l’intera umanità. La consapevolezza che “tutti sperano”, la convinzione che “nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé”, non cancella, d’altra parte, “l’imprevedibilità del futuro”, facendo “sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio”, come constata papa Francesco. Di fronte allo scetticismo e al pessimismo di molti, il Giubileo vuole essere dunque occasione per “rianimare la speranza”.

“La speranza non delude” recita il testo italiano di Rm 5,5. In verità, nel testo greco è usato il verbo kataischunéo che ha il significato di “svergognare”, “far arrossire”, “disonorare”. Il corrispondente latino confundere allude all’idea di “scompigliare”, “sfigurare”, “turbare”, “ingannare”. L’apostolo afferma dunque che la speranza non provoca mai turbamento, perché è attesa e desiderio ardente dei beni eterni: la visione di Dio, la salvezza definitiva, la gloria. Con il verbo “deludere” preceduto dalla negazione la versione italiana tende a escludere qualsiasi forma di insoddisfazione davanti alla bellezza dei doni divini.

Paolo afferma che la speranza non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato, perché Dio ha mostrato a noi il suo amore nell’ora della croce del Figlio.

La promessa di Dio non delude: il Verbo si è fatto carne, veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Il Verbo si è fatto carne, cioè rimane dentro le tenebre della storia e non se ne allontana più. Perché non ti lasci convincere dalla promessa?

Veramente i peccati possono essere perdonati, veramente il male compiuto può essere riparato, veramente il peccatore può rinascere a vita nuova (Delpini: apertura Giubileo in diocesi)

La speranza: virtù teologale umile

La speranza, come sottolineava K. Barth, commentando il passo paolino, non ha il suo fondamento in un atto del nostro spirito creaturale, ma nell’opera dello Spirito Santo, nell’effusione dell’amore di Dio nei nostri cuori. Papa Francesco, annunciando l’“anno di grazia del Signore”, ha voluto anzitutto inquadrarlo in questa prospettiva luminosa. L’intera umanità, travagliata da molteplici forme di sofferenza, ha bisogno di ritrovare quella che egli stesso, in una sua omelia, alludendo alla celebre immagine di Charles Péguy, ha definito la più umile delle tre virtù teologali, in quanto nascosta, eppure ben diversa da un passivo ottimismo, perché combattiva, con la tenacia di chi va verso una meta sicura. Il noto autore francese ne Il portico del mistero della seconda virtù (1911) attribuisce a Dio queste stupende parole: “La fede che più amo è la speranza []  Ciò che mi sorprende [] è la speranza. E non so darmene ragione. Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla. Questa speranza bambina. Immortale […]. La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori e su di lei nessuno volge lo sguardo. Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada interminabile, sulla strada fra le sue due sorelle la piccola speranza. Avanza”.

Nell’Angelus del 15 novembre 2015 il pontefice affermava con forza che la nostra speranza ha un volto, il volto del Signore risorto, che viene «con grande potenza e gloria» (Mc 13 26). La speranza di cui si parla, quindi, non è qualcosa, ma qualcuno. San Francesco nelle Lodi di Dio Altissimo, rivolgendosi al Signore, afferma: “Tu sei la nostra speranza!”.  

È lo Spirito Santo, con la sua perenne presenza nel cammino della Chiesa, a irradiare nei credenti la luce della speranza: Egli la tiene accesa come una fiaccola che mai si spegne, per dare sostegno e vigore alla nostra vita. La speranza cristiana, in effetti, non illude e non delude, perché è fondata sulla certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore divino (Spes non confundit,3)

La speranza nel recente magistero pontificio

Il magistero dei vescovi di Roma in relazione alla speranza è ricchissimo. Il pensiero va immediatamente all’enciclica Spe salvi di Benedetto XVI, in particolare al n. 27: “La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora «sino alla fine», «fino al pieno compimento» (cf. Gv 13,1 e 19,30). Chi viene toccato dall’amore comincia a intuire che cosa propriamente sarebbe «vita». Comincia a intuire che cosa vuole dire la parola di speranza che abbiamo incontrato nel rito del Battesimo: dalla fede aspetto la «vita eterna» – la vita vera che, interamente e senza minacce, in tutta la sua pienezza è semplicemente vita. Gesù che di sé ha detto di essere venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in pienezza, in abbondanza (cf. Gv 10,10), ci ha anche spiegato che cosa significhi «vita»: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli e neppure solo da sé: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente della vita. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora «viviamo»”.

San Giovanni Paolo II, preparando la Chiesa al Giubileo del 2000, nella Tertio millennio adveniente al n. 46 scriveva che la speranza “da una parte, spinge il cristiano a non perdere di vista la meta finale che dà senso e valore all’intera sua esistenza e, dall’altra, gli offre motivazioni solide e profonde per l’impegno quotidiano nella trasformazione della realtà per renderla conforme al progetto di Dio”.

Merita un ricordo anche il beato Giovanni Paolo I che nell’Udienza generale del 20 settembre 1978 dichiarava la speranza “una virtù obbligatoria per ogni cristiano che nasce dalla fiducia in tre verità: «Dio è onnipotente, Dio mi ama immensamente, Dio è fedele alle promesse»”. A queste parole aggiungeva: “Ed è Lui, il Dio della misericordia, che accende in me la fiducia; per cui io non mi sento né solo, né inutile, né abbandonato, ma coinvolto in un destino di salvezza, che sboccherà un giorno nel Paradiso”.

Il Giubileo può essere vissuto allora come sfida lanciata a un’epoca ripiegata sull’immediato: riscoprire la forza che ci viene dalla fede nella risurrezione di Gesù, per combattere i mali di cui soffre la nostra speranza; avere la fondata speranza che la sofferenza e la tribolazione, la malattia, le catastrofi e la morte non sono l’ultima parola della storia; vedere i germogli di luce che il Signore semina sul nostro cammino; aprirsi alla sua inesauribile novità.

Il tempo della Chiesa, il nostro tempo, si colloca tra la Pasqua di Gesù, che ci ha fatto conoscere in anticipo l’esito della storia universale, e la sua seconda venuta, alla quale ci prepariamo non come a un evento fatale, bensì come al compimento atteso dei nostri giorni, nel quale non potrà che dispiegarsi la potenza salvifica della risurrezione di Cristo.

La liturgia della Chiesa, specialmente in questo Anno giubilare, ci aiuti a percepire che è possibile realmente “distendere sul nostro angolo di mondo, in mezzo al lavoro, alla fretta, alla fatica” quello che M. Delbrêl chiamava “l’agio dell’eternità”.

La speranza alimentata dalla liturgia

A modo di esercizio che può accompagnare l’itinerario giubilare è da incoraggiare la riscoperta di come la liturgia, prima fonte della vita spirituale, alimenti costantemente la nostra speranza, aprendoci all’orizzonte ultimo dell’esistenza.

Si pensi, per esempio, nell’ordinario della Messa, alla preghiera che segue il Padre nostro, tecnicamente definita “embolismo”, in quanto amplificazione dell’ultima richiesta formulata nella preghiera del Signore: liberaci dal male. La riforma postconciliare ha corredato tale embolismo di un passaggio di straordinaria efficacia, costituito dalla citazione di Tt 2,13: expectantes beatam spem (in italiano: nell’attesa che si compia la beata speranza). Il participio latino costituisce un’ineccepibile definizione dell’identità dei cristiani: essi sono coloro che attendono il compimento della beata speranza, ossia la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.  

Questa verità è continuamente ribadita nella celebrazione dei divini misteri. La prima delle acclamazioni che seguono il racconto dell’istituzione nella Preghiera eucaristica contiene un’affermazione analoga: Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta. Similmente, nel quinto prefazio comune, ci si rivolge al Padre dicendo: Uniti nell’amore, celebriamo la morte del tuo Figlio, con fede viva proclamiamo la sua risurrezione, attendiamo con ferma speranza la sua venuta nella gloria.

La Messa è dunque per coloro che credono nel Signore morto e risorto la modalità più alta per manifestare la speranza. Celebrando l’eucaristia, mentre annunciano la morte e proclamano la risurrezione del Signore, i cristiani vivono in anticipo la venuta finale, ritenendola non una possibilità, bensì una realtà.

Nei testi liturgici si trovano parecchi altri richiami in tal senso. Nella terza domenica dopo l’Epifania il prefazio nella sua parte centrale proclama con efficacia che per i cristiani la speranza si realizza compiutamente nella vita eterna. Da te riceviamo l’esistenza, la forza di agire e la grazia di vivere e così tu dimostri ogni giorno il tuo amore di Padre. Già in questa fuggevole vita ci assicuri e ci anticipi il possesso della ricchezza eterna e, donandoci le primizie dello Spirito, che ha risuscitato dai morti Gesù Signore, ci serbi nella viva speranza di partecipare alla gloria senza fine.

Nella consapevolezza di avere in noi lo Spirito Santo possiamo cogliere come l’esistenza che viviamo nel tempo non sia semplicemente qualcosa di transitorio, ma ci permetta di pregustare la gioia che verrà quando non ci saranno più né lutto, né lamento, né affanno.

Lungo questo cammino verso la meta ci è dato l’alimento indispensabile per accrescere in noi il desiderio di raggiungerla, il pane della vita. È Gesù stesso il nostro nutrimento. Il banchetto eucaristico al quale siamo invitati è già partecipazione a quel convito di eterna comunione con il Signore al quale accederemo risorgendo dalla morte e dunque è fonte della speranza invincibile di non rimanere imprigionati nella morte.

Di grande consolazione per noi credenti è ascoltare, nel rito delle esequie, che se la condizione di morte turba e rattrista il nostro cuore, la promessa di un’esistenza immortale ci colma di grande speranza (seconda messa dei defunti). Il testo, rivolgendosi al Padre, prosegue: Ai tuoi fedeli, o Padre di misericordia, la vita non è tolta, ma trasformata e a chi muore in pace con te è dato il possesso di una gioia senza fine.

La Bolla di indizione del Giubileo al n. 19 richiama precisamente l’ultima delle verità di fede che proclamiamo nel Simbolo degli Apostoli: «Credo la vita eterna». Il papa osserva che “la speranza cristiana trova in queste parole un cardine fondamentale. Essa, infatti, «è la virtù teologale per la quale desideriamo […] la vita eterna come nostra felicità»”. Così recita il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il Concilio Ecumenico Vaticano II al n. 21 della Gaudium et spes, citato subito dopo, afferma altresì che “se manca la base religiosa e la speranza della vita eterna, la dignità umana viene lesa in maniera assai grave, come si constata spesso al giorno d’oggi, e gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore rimangono senza soluzione, tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella disperazione”.

Il papa può dunque concludere che “noi, invece, in virtù della speranza nella quale siamo stati salvati, guardando al tempo che scorre, abbiamo la certezza che la storia dell’umanità e quella di ciascuno di noi non corrono verso un punto cieco o un baratro oscuro, ma sono orientate all’incontro con il Signore della gloria. Viviamo dunque nell’attesa del suo ritorno e nella speranza di vivere per sempre in Lui: è con questo spirito che facciamo nostra la commossa invocazione dei primi cristiani, con la quale termina la Sacra Scrittura: «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20).

  1. Diventare segni di speranza: il Giubileo della porta accanto

Papa Francesco (Christus vivit) scriveva:

  1. 165. Le ferite ricevute possono condurti alla tentazione dell’isolamento, a ripiegarti su te stesso, ad accumulare rancori, ma non smettere mai di ascoltare la chiamata di Dio al perdono. Come hanno insegnato bene i Vescovi del Ruanda, «la riconciliazione con l’altro chiede prima di tutto di scoprire in lui lo splendore dell’immagine di Dio. […] In quest’ottica, è vitale distinguere il peccatore dal suo peccato e dalla sua offesa, per arrivare all’autentica riconciliazione. Questo significa che odi il male che l’altro ti infligge, ma continui ad amarlo perché riconosci la sua debolezza e vedi l’immagine di Dio in lui».

167Un proverbio africano dice: «Se vuoi andare veloce, cammina da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina con gli altri». Non lasciamoci rubare la fraternità.

In un contesto sociale sempre più incline a mettere ai margini i valori che professiamo, non abbiamo mezzo più efficace per rendere credibile la nostra fede al di fuori della carità. Il Signore ci preservi dall’essere causa di allontanamento per altri dalla fede. Purtroppo, certi comportamenti, anche dentro le nostre comunità, se conosciuti rischiano di far perdere a chi è più fragile il gusto e la passione di appartenere alla Chiesa di Dio. Pensate quante energie consumiamo per ricomporre i conflitti e le tensioni dentro le nostre comunità, che si dividono facilmente per motivi talvolta molto banali.

La Bolla di indizione del Giubileo esorta:

  1. Segni di speranza andranno offerti agli ammalati, che si trovano a casa o in ospedale. Le loro sofferenze possano trovare sollievo nella vicinanza di persone che li visitano e nell’affetto che ricevono. Le opere di misericordia sono anche opere di speranza, che risvegliano nei cuori sentimenti di gratitudine. E la gratitudine raggiunga tutti gli operatori sanitari che, in condizioni non di rado difficili, esercitano la loro missione con cura premurosa per le persone malate e più fragili.

Non manchi l’attenzione inclusiva verso quanti, trovandosi in condizioni di vita particolarmente faticose, sperimentano la propria debolezza, specialmente se affetti da patologie o disabilità che limitano molto l’autonomia personale. La cura per loro è un inno alla dignità umana, un canto di speranza che richiede la coralità della società intera.

  1. Di segni di speranza hanno bisogno anche coloro che in sé stessi la rappresentano: i giovani… Per questo il Giubileo sia nella Chiesa occasione di slancio nei loro confronti: con una rinnovata passione prendiamoci cura dei ragazzi, degli studenti, dei fidanzati, delle giovani generazioni! Vicinanza ai giovani, gioia e speranza della Chiesa e del mondo!
  2. Non potranno mancare segni di speranza nei riguardi dei migranti, che abbandonano la loro terra alla ricerca di una vita migliore per sé stessi e per le loro famiglie. Le loro attese non siano vanificate da pregiudizi e chiusure; l’accoglienza, che spalanca le braccia ad ognuno secondo la sua dignità, si accompagni con la responsabilità, affinché a nessuno sia negato il diritto di costruire un futuro migliore… La comunità cristiana sia sempre pronta a difendere il diritto dei più deboli. Spalanchi con generosità le porte dell’accoglienza, perché a nessuno venga mai a mancare la speranza di una vita migliore. Risuoni nei cuori la Parola del Signore che, nella grande parabola del giudizio finale, ha detto: «Ero straniero e mi avete accolto», perché «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me» (Mt 25,35. 40).
  3. Segni di speranza meritano gli anziani, che spesso sperimentano solitudine e senso di abbandono. Valorizzare il tesoro che sono, la loro esperienza di vita, la sapienza di cui sono portatori e il contributo che sono in grado di offrire, è un impegno per la comunità cristiana e per la società civile, chiamate a lavorare insieme per l’alleanza tra le generazioni.
  4. Speranza invoco in modo accorato per i miliardi di poveri, che spesso mancano del necessario per vivere. Di fronte al susseguirsi di sempre nuove ondate di impoverimento, c’è il rischio di abituarsi e rassegnarsi. Ma non possiamo distogliere lo sguardo da situazioni tanto drammatiche, che si riscontrano ormai ovunque, non soltanto in determinate aree del mondo. Incontriamo persone povere o impoverite ogni giorno e a volte possono essere nostre vicine di casa. Spesso non hanno un’abitazione, né il cibo adeguato per la giornata. Soffrono l’esclusione e l’indifferenza di tanti. È scandaloso che, in un mondo dotato di enormi risorse, destinate in larga parte agli armamenti, i poveri siano «la maggior parte […], miliardi di persone…Non dimentichiamo: i poveri, quasi sempre, sono vittime, non colpevoli.

 

  1. Per concludere…

Il Giubileo, dunque, sia un Anno Santo caratterizzato dalla speranza che non tramonta, quella in Dio. Ci aiuti pure a ritrovare la fiducia necessaria, nella Chiesa come nella società, nelle relazioni interpersonali, nei rapporti internazionali, nella promozione della dignità di ogni persona e nel rispetto del creato. La testimonianza credente possa essere nel mondo lievito di genuina speranza, annuncio di cieli nuovi e terra nuova (cfr. 2Pt 3,13), dove abitare nella giustizia e nella concordia tra i popoli, protesi verso il compimento della promessa del Signore. Lasciamoci attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano. Possa la nostra vita dire loro: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (Sal 27,14). Possa la forza della speranza riempire il nostro presente, nell’attesa fiduciosa del ritorno del Signore Gesù Cristo, al quale va la lode e la gloria ora e per i secoli futuri.

Albiate, 22 marzo 2025                                                                                                               Don Norberto Valli